Incontro Testimonianza Mons Negri

Incontro testimonianza con Mons.Negri

1° D. Giovanni: Che cosa significa educare?

Mons. Negri: Cerco di rispondere alla domanda fondamentale che un uomo ha e che emerge con immediatezza e con forza nel periodo dell’adolescenza e della prima giovinezza, anche se poi, se l’educazione viene adeguatamente realizzata, matura e cresce. L’educazione non è sapere certe cose. Questo rivela tutto l’aspetto negativo dell’educazione legata semplicemente alla scuola, per cui un soggetto sarebbe educato perché andando a scuola e facendo un certo itinerario scolastico imparerebbe cognizioni e nozioni che sono importanti per la vita. Imparerebbe a conoscere il proprio passato, imparerebbe a conoscere dal punto di vista scientifico i vari aspetti della realtà e, se il cammino scolastico non è sbagliato, individuerebbe anche le linee per riconoscere ed attuare una professione. Questa è parte dell’educazione, ma non ne è l’aspetto essenziale, tanto è vero che una generazione educava l’altra anche quando non c’erano le scuole o quando le scuole non erano così diffuse. Non si può fare la seguente identificazione: conoscenze scolastiche – conoscenze scientifiche – conoscenze culturali ed educazione. L’educazione è qualcosa di più profondo, di più radicale, di più personale, che c’entra anche con la scuola, come c’entra con la vita della famiglia e con l’amicizia di adulti e di giovani o l’amicizia fra i giovani. L’educazione riguarda il senso della vita, quel desiderio di essere veramente se stessi, di sapere perché uno è venuto al mondo, perché deve vivere, perché incontra durante la sua esistenza circostanze positive o negative e sfide. Quando eravamo ragazzi si diceva: “È necessario sapere da dove si viene e dove si va”. L’educazione è quindi il tentativo di rispondere alla domanda fondamentale che un ragazzo e un giovane hanno sulla propria vita. Di tante cose particolari si può fare a meno, ma delle cose sostanziali no. Non è un particolare che si aggiunge: è sapere che la vita ha un senso e che i più grandi, gli adulti, non solo me lo insegnano, ma me lo testimoniano. L’educatore non è uno che parla e basta, uno che insegna e basta nel senso astratto della parola. L’educatore è un testimone, deve testimoniare quello in cui crede e per cui vive. Io ritengo sia importantissimo che una comunità parrocchiale nella festa del patrono recuperi la sua storia, recuperi la sua identità nella storia che ha vissuto. Credo che sia molto importante che una comunità parrocchiale si renda conto che la questione più importante che una parrocchia ha di fronte è l’educazione. È come una famiglia: una famiglia che non affronta e non vive il problema dell’educazione è una famiglia infedele alla propria identità. Anche la paternità e la maternità non sono soltanto la paternità e la maternità genitale. Uno non è padre o madre in senso pieno perché ha fatto nascere il bambino, perché si può far nascere il bambino e buttarlo nel cassonetto. C’è infatti un dilagare spaventoso di infanticidi, spaventoso dal punto di vista numerico. Ci sono addirittura bambini utilizzati come strumento di ricatto fra gli adulti, fra il marito e la moglie, eppure sono figli loro, li hanno generati. Ma se manca l’azione educativa è come se la maternità e la paternità si spegnessero, perché si dà la vita fisica, si dà la vita della persona nel suo aspetto fisico, ma se a questa vita non viene aggiunto il senso profondo del perché uno vive, credo che avvenga un sostanziale tradimento. Quindi l’educazione è la vocazione della comunità parrocchiale, come l’educazione è la vocazione della famiglia e della persona adulta. L’educazione non è un insieme di cose che si fanno, anche se può esprimersi in cose che si fanno, in iniziative, in capacità. L’educazione è fondamentalmente far passare nei ragazzi e nei giovani il senso della vita. Ma io posso farlo passare se ce l’ho, se lo vivo o lo desidero, se lo sto ricercando. Io cito spesso, e mi pare di averla già citato nel libro Emergenza educativa, una frase terribile di Georges Bernanos che lessi quando facevo il liceo. Bernanos è stato certamente una delle intelligenze cattoliche più lucide della Francia fra le due guerre. Egli dice: “Noi abbiamo chiesto alle generazioni che ci precedevano le ragioni per vivere” (l’educazione è anche una domanda sulle ragioni per vivere. Non che cosa devo sapere, ma perché esisto. Non che cosa devo fare, ma perché sono al mondo; qual è l’atteggiamento che devo avere verso me stesso, verso gli altri uomini, verso la natura, verso la storia, verso le circostanze. Se i tedeschi invadono la Francia, dovrò avere un criterio per giudicare quello che sta accadendo, se no non vado a combattere, sto nelle retroguardie). Diceva dunque Bernanos in un saggio: “Abbiamo chiesto ai nostri padri e ai nostri maggiori delle ragioni per vivere, come risposta ci hanno mandato a morire sulla Marna”. La Marna è stata la prima grande battaglia fra la Francia e la Germania, che ha comportato nel corso di due giorni interi la morte di trecentomila giovani francesi e tedeschi sul campo. Certa cultura, sia quella laica che quella cattolica, è morta sul campo di battaglia. La guerra ha dirottato i giovani su dei particolari importanti, perché non si era in grado di rispondere alla loro domanda. Adesso la Marna è un certo divertimento fatto il venerdì, il sabato e la domenica e su cui non si dà più nessun giudizio, né da parte degli adulti, né da parte delle autorità ecclesiali, né da parte delle istituzioni. Adesso la Marna è la discoteca, è quel grave ozio permissivo di tutti i desideri che vengono vissuti come diritti, è una realtà dove si spegne la vita. Questi ragazzi vengono lasciati liberi di divertirsi in un modo che provoca le stragi del venerdì, sabato e domenica sera e che si avvicina al numero delle più sanguinose delle battaglie delle ultime due guerre. “C’è il benessere, non pensare a queste cose, cerca di star bene. Non pensare a queste cose, cerca di divertirti. Non pensare a queste cose, cerca di avere fortuna nel lavoro”: allora non la verità, ma il benessere; non la verità, ma il proprio comodo, quello che è comodo fare, quello che interessa fare immediatamente. Quando varcavo la soglia delle aule universitarie vedevo dei giovani a cui certamente avrei dovuto insegnare alcune cose specifiche che attenevano al mio insegnamento e che rispondevano anche al bisogno per cui essi si erano iscritti alla facoltà di Filosofia piuttosto che alla facoltà di Medicina. In quel momento avevo davanti ragazzi a cui bisognava insegnare cose particolari che sarebbero servite per comporre il quadro della loro cultura e addirittura per dare loro gli strumenti per una professione. Ma io leggevo, forse al di là di quello di cui erano coscienti, una domanda di senso ultimo, di verità ultima. Io credo che un adulto non possa mai incontrare dei giovani senza sentirsi rivolgere questa domanda e senza sentire che la sua responsabilità di uomo adulto deve essere innanzi tutto quella di dare questa risposta e poi declinarla nell’insegnamento. Questa risposta la danno il padre e la madre e poi la declinano non nell’insegnamento, ma nella vita concreta della famiglia, nello stare gomito a gomito facendo passare nell’altro i propri valori e ricevendo dall’altro i valori che vive. Dopo si declina tutto, ma prima bisogna avere questo impatto. “Tu hai bisogno della Verità e io ho incontrato questa Verità e avendola incontrata non posso che proportela, sperando che a tua volta tu faccia un cammino per scoprire se questa Verità che va bene a me e che rende così bella e lieta la mia vita può essere bella, vera e lieta anche per te”. L’educazione è una vocazione dell’adulto, non solo una serie di iniziative. Certamente l’educazione si fa anche facendo il centro estivo in un certo modo, facendo i cineforum, facendo delle gite, insegnando certe materie, proponendo una serie di iniziative culturali, ma prima di tutto l’educazione è mettere in comune con l’altro, che non sa ancora il perché della sua vita, qual è il perché della mia vita. Se non faccio questo, io non maturo come persona e non do all’altro l’aiuto fondamentale che ha bisogno per vivere.

2° Don Giovanni: Che cosa si intende oggi per emergenza educativa?

Mons. Negri: Il papa Benedetto XVI ha usato questo termine e ha cercato di chiarirlo in vari interventi. Con “emergenza educativa” si intende una impossibilità comunicativa fra il mondo adulto ed il mondo giovanile. Ogni passaggio generazionale implica una difficoltà, una fatica di rapporto e di comprensione nella comunicazione adeguata dei valori fondamentali. I valori trasmessi non possono essere vissuti dalla generazione successiva esattamente nello stesso modo in cui vengono comunicati. Quindi “emergenza” non vuol dire difficoltà generazionale, ma significa impossibilità comunicativa. Questa emergenza si rende presente in tutti gli aspetti della vita sociale, quindi emerge in modo diversificato nella vita della comunità parrocchiale, in molti punti degli ambienti familiari, nella cosiddetta compagnia giovanile e quindi anche nella scuola. Ci sono sempre delle difficoltà generazionali; non c’è nessuna famiglia che non abbia a che fare con i problemi di rapporto con i propri figli o con i più giovani. C’è per esempio, nel periodo giovanile, una tendenziale criticità dei giovani che non si fidano più immediatamente dell’adulto e delle sue proposte. Per questo, in certi momenti di passaggio, è importante che l’azione degli educatori, come i genitori, sia anche aiutata da realtà più libere, da amicizie di giovani. Quello che diventa determinante per la crescita educativa dei giovani è che abbiano anche dei sani ambiti di compagnie di coetanei, non per vivere allo sbando, ma per vivere insieme delle proposte di vita che hanno ricevuto dagli adulti. La proposta viene ricevuta dall’adulto, ma non può essere verificata solo e fondamentalmente con l’adulto, perché c’è un’importanza dell’amicizia libera e del tempo libero. Un ragazzino matura anche se viene aiutato ad utilizzare il tempo libero in un certo modo. Se nel tempo libero va al centro estivo fa un passo verso la maturazione della sua personalità. Se invece è stato ad oziare davanti a un computer, seguendo tutti i video giochi del mondo o se è stato dentro a quei gruppi che si radunano a cavallo dei loro motorini… Vedo nelle piazze dei miei paesetti: molti ragazzi stanno lì tutto il pomeriggio a dire niente, a dire tutto e niente, è un tempo che non ha un esito educativo. Ma l’emergenza non è semplicemente la difficoltà di intesa fra la generazione adulta e la generazione giovane. L’emergenza educativa è che è in emergenza la possibilità stessa della comunicazione. Un giovane ha bisogno di sapere perché vive. Implicitamente o esplicitamente la generazione più giovane ci chiede delle ragioni per vivere. Di fronte a questa domanda zone sempre più vaste del mondo adulto non trovano contenuti per rispondere. La generazione degli adulti non trova più contenuti in sé perché ha assistito quasi impotentemente al lento esaurirsi dei valori. Vorrei ricordare a tutti uno straordinario editoriale del Corriere della Sera di Ernesto Galli Della Loggia intitolato “L’assenza dei padri”. Mettendo in fila una serie di avvenimenti spaventosi accaduti nelle scuole italiane e mai denunciati, egli dice: “Il padre era assente”. L’assenza del padre, non soltanto in senso fisico, ma l’assenza della paternità. La paternità e la maternità sono un’accoglienza che comunica un valore vitale. Oggi noi ci troviamo di fronte a una generazione di adulti, di età compresa fra i 25 e i 30-40 anni, che non sono oggettivamente in grado di fare una proposta. Non sono in grado perché non hanno ricevuto, a loro volta, un’ adeguata educazione per una serie di motivi che si potrebbero anche analizzare, ma magari non è così necessario. Allora per emergenza educativa io intendo l’emergenza degli adulti. Se una generazione non è in grado di educare quella più giovane si spacca la società, perché la società nasce dalla comunicazione, di generazione in generazione, ai giovani delle ragioni per vivere che loro devono a loro volta interiorizzare e verificare. Quando non c’è più questo passaggio finisce la società. È come una metastasi nella società, invece di esserci una comunicazione c’è una chiusura, c’è una frattura, c’è una indifferenza nei giovani. È una reazione: il giovane si astrae dalla famiglia, si astrae anche dalla Chiesa, se la Chiesa non è una realtà educativa come dovrebbe essere, e si porta ai margini della società, vivendo di reazioni. Noi abbiamo una realtà giovanile già vecchia, perché il vecchio è quello che non ha più speranza. Non il vecchio in senso sostanziale, il vecchio che ha maturato una sua esperienza di vita, che proprio nel momento della maturità coglie il massimo della sua fecondità. Non è vero che la vecchiaia è spiritualmente e culturalmente un fatto negativo. La vecchiaia è un’espressione matura della personalità. Ma il vecchio così come siamo abituati a vederlo profilarsi nella vita della società è uno che non è diventato se stesso, che non ha vissuto la vita in modo protagonistico. Il giovane di oggi è come se fosse già segnato da questo fondamentale scetticismo. Non c’è niente che valga la pena di vivere, per cui si vivacchia. Gli ideali di vita dei giovani sono quelli che sono mutuati, senza nessuna capacità di discussione, dai mass media. I mass media sono quelli che fanno passare un’immagine di vita, un’immagine di impegno. L’immagine di vita proposta dai mezzi di comunicazione sociale è un’immagine di vita edonistica: fare tutto quello che si sente giusto fare per esprimere i propri bisogni reali, positivi o negativi, in questa grande Babele determinata dal fatto terribile e tragico della pedofilia nel campo ecclesiastico. Questo evento è stato certamente enfatizzato in modo da continuare una battaglia contro la Chiesa. Non so se voi sapete che nel frattempo i deputati di un partito importante della nostra repubblica hanno presentato un disegno di legge per la depenalizzazione dell’incesto. In Olanda c’è un movimento attivo di pedofili che ha un riconoscimento politico e siede in Parlamento. Quindi le devianze se sono nel clero sono negative e certamente lo sono. Ma sono negative nel clero e sono negative fra i genitori, sono negative fra gli insegnanti che statisticamente sono più esposti. Una generazione adulta che chiede la depenalizzazione dell’incesto che proposte di vita può avere per questi giovani? L’emergenza educativa consiste proprio nella difficoltà a comunicare. Gli adulti sono chiamati a prendere coscienza della loro identità e della loro responsabilità. Se perdono questa occasione perdono i figli, ma soprattutto non si realizzano pienamente come adulti.

3° Don Giovanni: In questa situazione come possono essere aiutati i genitori nel loro percorso educativo?

Mons. Negri: Io credo che i genitori debbano essere ri-educati a vivere la loro azione educativa, perché spesso il matrimonio, anche quello aperto alla generazione dei figli e alla loro educazione, viene intrapreso con una certa approssimazione e con superficialità. È come se i due ragazzi si fossero sposati sull’onda di una grande affezione psicologica, di una grande intesa umana, di una notevole capacità di esprimere il loro bene in tutti i modi. Si sposano in Chiesa, non basta semplicemente dire “Noi ci vogliamo bene e non ci lasceremo mai!” La seconda parte della frase non si può dire tanto tranquillamente come se fosse una nostra capacità, perché è una domanda di aiuto per non essere sopraffatti dalla tentazione. Il sacramento del matrimonio non è dire semplicemente “Ci vogliamo bene”, ma è riconoscere in questo bene una singolare presenza di Cristo, riconoscere in questo bene la possibilità che Lui solo possa fare di questa unità una realtà di Chiesa. La famiglia è Chiesa perché nell’unità fra un uomo e una donna entra Cristo con tutta la sua presenza, con tutta la sua vocazione, e fa dei coniugi una realtà sola. Non una confusione di individui, ma una comunione di vita, come quella che stringe la Chiesa al Signore. Cosa manca a tante famiglie cristiane? Ebbene esse non hanno lavorato sul loro matrimonio, che non è diventato oggetto di domanda. Il Papa nella bellissima lettera del 1983 a tutte le famiglie del mondo insisté sul fatto che nella famiglia si pregasse insieme, non come pratica di pietà ma come riconoscimento della presenza di Cristo, per ripartire ogni giorno da questa unità che nasce da Lui. Si lavora troppo e, purtroppo, rimane poco tempo per se stessi e per l’attenzione all’altro, per vivere insieme i passaggi importanti della vita familiare. I primi anni sono quelli in cui la famiglia di oggi è esposta al massimo della tentazione da parte della società. È necessario dire alle nostre famiglie che bisogna ricominciare un cammino educativo, dire loro il senso profondo del matrimonio, dire loro che non devono stare insieme per i loro interessi, ma per Cristo. Bisogna aiutare le coppie a capire che le difficoltà nell’ambiente della vita familiare, come la difficoltà nella vita ecclesiale, nella vita del prete e dei giovani, non sono una fatica, ma una condizione per crescere. Se i due giovani fan fatica, non devono andare ognuno per la propria strada perché così la fatica finisce, ma vanno aiutati a vivere questa difficoltà come domanda a Cristo: “perché sto facendo questa fatica? Che cosa vuoi Tu per me?”.
Bisogna innanzitutto rieducare a una concezione vera della famiglia e quindi dell’educazione. Solo se c’è un’esperienza di maturità si comunica. È molto importante l’amicizia fra famiglie, perchè le difficoltà non si risolvono con formule astratte e neppure solo con il consiglio del sacerdote che può aprire una strada, né tantomeno con l’aiuto degli esperti psicologi che possono illuminare un aspetto della vita e della difficoltà. Le difficoltà si vincono perché uno vede che i due coniugi che sono più avanti di età sono passati attraverso queste difficoltà e lo possono aiutare a non disperare, ma a guardare avanti con fiducia consigliandolo. È in questa comunicazione che si realizza un’amicizia forte. L’amicizia fra le famiglie è fondamentale dal punto di vista educativo, perchè si impara la teoria e si vive la pratica. L’amicizia fra famiglie rende meno difficile questo cammino che bisogna fare per riscoprire la propria identità e la propria vocazione. Voi genitori farete fatica a far capire ai vostri figli che l’undicesimo comandamento non è ritornare a casa alle sei del mattino dalla discoteca e che potrebbe essere meglio ritornare all’una o alle due di notte. Ma quando i giovani rispondono che i genitori dei loro compagni consentono loro di fare quello che vogliono, è difficoltoso affrontare da soli queste posizioni impopolari. Se c’è un gruppo di famiglie che si aiuta e prende iniziative nei confronti dei giovani si possono proporre momenti di divertimento comune, come è accaduto alla mia generazione in cui adulti e ragazzi si divertivano insieme. Bisogna avere il coraggio di queste iniziative, bisogna saper dire dei no, soprattutto in quella fase di crescita del ragazzo in cui il genitore ha ancora delle responsabilità di fronte alla società e alle istituzioni. Se il ragazzo di 18-20 anni viene considerato totalmente autonomo dal nostro Stato che si preoccupa di emanciparlo dalla famiglia, non si può trattare allo stesso modo un quattordicenne o un quindicenne, anche se molte volte i genitori cedono davanti ai loro figli. Lo Stato di San Marino conta 30.000 abitanti. Appena sono arrivato si è costituita un’associazione di genitori che hanno avuto la tragedia di un figlio morto o in un incidente stradale o di overdose. Questi genitori si aiutano non solo per ricordare, ma si assumono delle responsabilità davanti alla società, cioè adottano dei ragazzi, fanno volontariato, partecipano attivamente alla vita delle loro parrocchie. Quando ho celebrato per la prima volta la messa con loro c’erano una cinquantina di famiglie. L’ultima volta sono stati letti i nomi dei ragazzi morti negli ultimi 5-6 anni. Erano 80 giovani su una popolazione di 30.000 abitanti. L’emergenza educativa è quindi aiutare gli adulti a riprendere coscienza della loro identità, perché la situazione è realmente grave, non soltanto dal punto di vista qualitativo, ma anche dal punto di vista quantitativo.

4° Don Giovanni : Come tener desto il desiderio di vera felicità dei giovani? Come superare gli ostacoli nella comunicazione dei valori cristiani ai giovani?

Mons. Negri: Non si tiene desto il desiderio di vera felicità nei giovani con dei discorsi. Ci sono stati momenti della nostra vita sociale in cui c’era il fascino dell’ascolto di una parola chiara o di una grande testimonianza che arrivava attraverso la cultura letteraria. Certe personalità hanno influito sulla nostra vita di giovani, parlandoci come se fossero una presenza. Penso all’insegnamento che abbiamo avuto da Manzoni, da Leopardi o dalla grande tradizione artistica del nostro paese. Credo che ai giovani si possa parlare, ma è come se questo discorso non riuscisse ad arrivare fino in fondo, perché ci si sente rispondere che la felicità è avere soldi in tasca. Il nostro paese brucia nelle lotterie e in quell’affannosa ricerca dei soldi a buon mercato e il giovane sente sempre dagli adulti discorsi sulla felicità legata ai soldi in tasca, all’avere tante donne e a fare quel che pare e piace. il Signore ha dato da mangiare ai poveri, ma ha detto che non di solo pane vive l’uomo. Quindi bisogna parlare ai giovani dei grandi ideali della vita. Bisognerebbe leggere con loro la Spe salvi di Benedetto XVI. Solo con la testimonianza il giovane comprende che la vita non è possesso, perché vede un uomo adulto che non vive secondo il possesso ed è felice. Allora la questione più importante per risvegliare il desiderio di felicità è fare incontrare i giovani con persone felici che vivono intensamente la loro umanità. Queste persone propongono un’esperienza diversa di vita che corrisponde ai veri ideali di vita, più di quelli astratti, edonistici e ideologici proposti dalla società. In passato sono state presentate teorie rivoluzionarie come se fossero la vera felicità. Il discorso sulla felicità deve partire innanzitutto da un’ esperienza diversa di vita. Il Signore ha preso l’uomo con le parole e con i fatti. Noi invece ci fidiamo troppo dei discorsi e della teoria e nel momento in cui il nostro discorso diventa teorico, scendiamo al livello di tutte le teorie diffuse dai mass media.Non si è mai fatto niente per regolamentare il divertimento del sabato sera perché si toccano degli interessi miliardari. Perché non si riesce a fare niente contro la droga? Perché dietro ad essa c’è un impero mondiale gestito da personalità “per bene”, che se ne stanno sedute nei consigli delle multinazionali del mondo. Si vince questa battaglia solo se noi portiamo nella vita dei giovani una “diversità”. Pensiamo a come ha segnato la vita di molti giovani la testimonianza di Giovanni Paolo II, di Madre Teresa, di grandi santi che Dio concede alla sua Chiesa e che diventano importanti nella vita del popolo di Dio e di tutti gli uomini di buona volontà. Non possiamo parlare solo di felicità, ma mostrare che essa è un’esperienza del nostro presente che matura man mano che noi viviamo. San Paolo diceva in una maniera straordinaria: “Quello che avete visto, udito e amato in me, fatelo anche voi”. Il Cristianesimo non è una teoria, ma un’esperienza di novità di vita in me e che comunico ai giovani perché a loro volta possano fare questa esperienza. I valori cristiani non sono teorie, non sono valori astratti, infatti davanti ai testimoni veri della fede non si discute… li si ammazza. Di fronte a un’esperienza viva di fede e di carità il mondo non si può limitare a discutere e a cercare di dimostrare dal punto di vista teorico che la vita senza Dio è meglio della vita con Dio: è impossibile dimostrarlo. Semmai vale l’inverso: è molto più difficile dimostrare che la vita senza Dio è migliore della vita con Dio. Non è un problema di discussione. Di fronte a un’esperienza di novità uno deve dire: “Per negare questa esperienza io devo negare Te”. Non posso negare i valori che io porto, perché su di essi si imposta ogni giorno la mia vita. Un “no” radicale alla mia proposta significa, prima o poi, la negazione della presenza cristiana ed è quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Dopo le grandi crisi delle ideologie, all’inizio del terzo millennio, noi pensavamo, forse ingenuamente, a un mondo dove fosse possibile dialogare, fosse possibile un confronto fra le varie posizioni religiose e laiche, pensavamo fossero finite le grandi ideologie che avevano creato i sistemi totalitari che hanno ucciso milioni di uomini, pensavamo fosse possibile una convivenza più benevola sulla base delle grandi domande che accomunano tutti gli uomini. Ci siamo trovati di fronte a un colpo di coda gigantesco del demonio. In questi anni il demonio sta combattendo una battaglia finale. Giovanni Paolo II negli ultimi anni della sua vita diceva che quella che si sta combattendo è una battaglia epocale, escatologica, è una battaglia fra il potere delle tenebre e la luce di Cristo. I Papi di ieri e di oggi aggiungono anche che si tratta di una battaglia escatologica nella Chiesa: non soltanto fra la Chiesa e il mondo, ma nella Chiesa che è invasa da una mentalità anticristiana. Se noi prendiamo la strada della testimonianza dobbiamo aspettarci quello che il Signore dice nel vangelo di San Giovanni: “l’odio del mondo” .L’ostacolo fondamentale che la fede incontra è che è diversa da quello che il mondo pensa. Il mondo vuole la soddisfazione ad oltranza dei propri istinti, mentre la fede introduce nella conoscenza della verità che è Gesù Cristo. La presenza che accoglie l’uomo e gli comunica qualche cosa di importante per la sua vita è un ostacolo per il mondo. Il Signore diceva: “Non scandalizzatevi di me”, cioè non fate della lontananza che c’è fra la mentalità mondana e la fede una ragione contro la fede, piuttosto fate una ragione per aderire, perché se la fede non fosse così diversa sarebbe una cosa degli uomini. Il Figlio di Dio incarnato, la morte e la risurrezione e la vita legata all’incontro con Cristo sono di ostacolo per la mentalità banale e immediata che è diventata l’unica saggezza del mondo. Bisogna introdurre i giovani dentro a questa diversità che è una esperienza positiva di vita. Questa diversità non è solo affermare che noi credenti non viviamo come gli altri, ma che non viviamo come gli altri e siamo più felici. Questo è il tema sulla bellezza proposto da Benedetto XVI: la vita cristiana, proprio perché è una vita vera, è bella e noi sconfiggiamo il nemico, cioè il mondo senza Dio e contro Dio, sulla Bellezza, perché la vita dell’uomo senza Dio è tutto fuorché bella. Una vita così non è vera perché non è l’affermazione di ciò che è e di ciò che esiste, cioè del Mistero di Cristo che cambia la vita dell’uomo. Dobbiamo far entrare i giovani in questa diversità accompagnandoli per mano perché questo discorso può essere duro. Anche quando il Signore parlava era duro credergli, era difficile comprendere che quello era il suo corpo e il suo sangue, ma era duro anche quando diceva che l’uomo non può lasciare la donna e viceversa. C’è una durezza oggettiva tra quello che il Signore è e quello che noi siamo abituati a vivere. L’educazione è una compagnia, per questo dobbiamo condurre i giovani dentro l’esperienza della famiglia, della Chiesa e aiutarli affinché realizzino un percorso lungo il quale le difficoltà sono presenti, ma sostenendoli perché non muoiano di fronte a qualsiasi problema. Anzi, la difficoltà deve essere un motivo per riprendere con più forza ed energia la strada che si sta percorrendo.

5° Don Giovanni: Chi è e che volto deve avere allora l’educatore?

Mons. Negri: L’educatore è un uomo adulto che vive la verità della sua vita e che, nonostante tutti i suoi limiti, fa esperienza della positività del suo tempo, delle sue energie, del suo lavoro, del suo rapporto con gli altri. L’educatore è un uomo che mette in comune con l’altro questa novità di vita e cerca di spiegargliela e nella spiegazione può essere aiutato. Io vedo fondamentale la sinergia tra il prete e la famiglia, perché il prete è chiamato a dare ragioni della novità che la famiglia realizza. Vedo l’importanza di un aiuto fra parrocchia e famiglia. Quindi la prima alleanza è fra la Chiesa e la famiglia. L’altra alleanza è favorire attorno ai giovani quelle realtà di amicizie giovanili che consentono di fare esperienza diretta dei valori che noi comunichiamo. È facendo insieme esperienza che capiscono la verità dei valori che si propongono, è facendo caritativa che capiscono che la carità è più importante dell’egoismo, è facendo vacanze insieme che capiscono che la vita “non è uno sbattersi uno con l’altro”. Occorre allora una realtà giovanile che faccia fare esperienza. Questo è fondamentale. La scuola nella sua esperienza normale è perduta, almeno fino a quando il nostro Stato non deciderà coerentemente un’impostazione, non dico cattolica, ma sanamente laica con una varietà di esperienze educative nella realtà della scuola pubblica. La scuola così com’è, se va bene non fa male. La scuola non è stata quel disastro che avrebbe potuto essere per la straordinaria testimonianza di centinaia di migliaia di insegnanti, di maestre della scuola primaria e di ogni ordine e grado, che hanno ridotto l’ideologismo astratto della scuola e le estraneità terribili tra adulti e giovani. All’insegnante viene fatta una domanda di educazione. L’insegnante non è in prima battuta l’educatore. L’educazione è affidata alla famiglia, poi alla Chiesa in modo sussidiario della famiglia e, in una realtà sociale variegata come la nostra, alla scuola, che così si carica di domande educative. All’insegnante è chiesto di essere anche educatore non nel senso di mettere accanto la funzione di insegnante, cioè di comunicazione di un certo modo di approccio della realtà secondo quel tipo di angolatura scientifica, letteraria, filosofica, ma di dare attraverso l’insegnamento spunti educativi. Questo avviene, se l’insegnante è portatore di una cultura che non coincide con la sua competenza nozionistica. La cultura di un insegnante non è soprattutto ciò che sa, ma, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, la cultura è ciò che si è. La cultura è il modo specifico di essere e di esistere dell’uomo, è quella posizione di fronte a se stessi e alla realtà che da posizione istintiva diventa visione.

6° Don Giovanni: Come inculturare l’educazione?

Mons. Negri: L’educazione si incultura se si apre alla dimensione della cultura in senso specifico. La cultura è una serie di iniziative, di problemi che devono essere affrontati, di giudizi che devono essere dati. È necessario che la realtà educativa sappia anche diventare propositrice di giudizi culturali. Davanti a certi avvenimenti è necessario che la famiglia e la parrocchia diano delle opinioni e aiutino a giudicare il presente e il passato, cioè dimostrino che la comunicazione della verità è la comunicazione di un criterio con cui affrontare e vivere tutti i problemi. Una parrocchia che non fa quello che avete fatto voi questa sera è una parrocchia ridotta, perché questa sera c’è stato un momento di insegnamento culturale. Se fra un mese la parrocchia decidesse di proiettare un film e di discuterlo, farebbe un’azione culturale. Bisogna che la vita della comunità, sia quella familiare sia quella parrocchiale, dimostri di avere una cultura che sa giocarsi anche in modo specifico nell’affronto dei problemi particolari.

7° Don Giovanni: Per quali motivi il giovane già in età pre-adolescenziale gira le spalle alla Chiesa?

Mons. Negri:Paradossalmente direi che il giovane può girare le spalle alla Chiesa per un motivo valido, se la Chiesa non è in grado di fare una proposta per la sua vita e di fargli capire che la vita con Cristo è vera e bella. Il giovane se ne va perché non si sente accolto in questa sua domanda sostanziale. Il grande poeta inglese T. Eliot nei Cori della Rocca si faceva una domanda: “È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”. Negli ultimi secoli è un po’ l’uno e l’altro, perché la Chiesa corre il rischio di essere solo un’istituzione di carattere spirituale e di carattere liturgico. Dico sempre ai miei preti che noi siamo nel grande centro commerciale. La nostra società è il grande centro commerciale dove si compra tutto quello che uno vuole e con il massimo dei vantaggi. Noi siamo ai piani più alti, vendiamo “beni religiosi”. Su cento che entrano nel centro commerciale, cinque salgono ai piani superiori per gli oggetti religiosi, gli altri si fermano sotto. Se la Chiesa è questo, i giovani non ci seguiranno più. Ci sono momenti della vita in cui il giovane capisce che la questione fondamentale è che qualcuno gli dica le ragioni per cui vive. La fatica che stiamo facendo da cinque anni nella diocesi è far capire che la Cresima non è la fine del rapporto dei ragazzi con la Chiesa. Dopo la Cresima c’è la fuga verso il mondo. Ho detto ai ragazzi: “Devo venire qui a fare la Cresima con tutta la fatica che comporta perché così il giorno dopo possiate incominciare a vivere senza nessun problema come i pagani?”. Per vivere come i pagani non c’è bisogno dei Sacramenti della fede, per vivere come i pagani basta essere un po’ stupidi.

Bisogna far percepire che è una novità di vita che deve essere vissuta. Questa è la grande responsabilità della Chiesa: mostrare che quello che noi diciamo è vita. Allora me ne vado, ma so a cosa dico di no e che cosa rifiuto. Di fronte ad ogni uomo, in ogni momento della vita, si apre certamente la grande questione della libertà. Non è garantito che ciascun uomo risponderà sempre di sì; è un rischio e noi dobbiamo vivere fino in fondo il rischio di una proposta che incontra la libertà che dobbiamo sostenere ma non possiamo sostituire. Se il bambino che nasce in una famiglia cristiana, che ha fatto di tutto per trasmettergli i valori non astratti della propria vita, ad un certo punto se ne va, non significa che i due genitori hanno sbagliato. Significa che la libertà può essere vissuta male, come l’han vissuta male Adamo ed Eva che il Signore non ha certamente condizionato, ma che ha lasciati liberi anche di sbagliare. Dobbiamo amare fino in fondo la libertà e sostenerla con proposte adeguate, con un clima di amicizie, dimostrando ai nostri giovani che vogliamo loro bene, ma tutto questo in funzione della loro responsabilità. Quando vivono male la loro responsabilità dobbiamo essere loro vicini come è vicina la Chiesa a chi sbaglia, con una grande chiarezza di giudizio, ma anche con una grande misericordia. “Va’ e non peccare più!”.

8° Marco Pezzi: Io frequento il centro estivo con Don Giovanni e vedo che quando parliamo di Gesù e della Chiesa, alcuni ragazzi sono distratti perchè persi nei loro pensieri. Come possiamo noi educare questi nostri amici?

Mons. Negri: Rimanendo fedeli a quello che avete incontrato e testimoniandolo continuamente senza imporsi loro, ma senza lasciarli perdere. La vostra deve essere una presenza carica di amore, che dice continuamente che questa è la strada giusta. Come afferma il Signore: “Se vuoi, puoi venirmi dietro”. “Quante volte devo perdonare? – chiese San Pietro – Sette volte?”. “Settanta volte sette” rispose il Signore. Se noi siamo fedeli nell’essere dentro la vita dei giovani con una proposta chiara, speriamo che il Signore li faccia incontrare, presto o tardi, con quello che noi portiamo, ma soprattutto che abbiano il coraggio di dire una volta che ci hanno incontrato: “Ci sto”. Non possiamo disinteressarci di loro e non possiamo costringerli. Non il disinteresse e la lontananza, ma neppure la volontà di imporre la cosa giusta perché è giusta. Dice il Concilio Vaticano II nella Dignitatis Humanae, il documento sul dialogo con i non cristiani: “La verità della fede si comunica da persona a persona e con dolcezza”. La dolcezza non è dire “fai ciò che vuoi, perché alla fine siamo amici lo stesso”; la dolcezza è un modo di comunicare la verità. La verità è questa e io te la propongo; non te la impongo, ma non taccio di fronte a te. Fare una proposta vuole anche dire giudicare come certi giovani vivono, dire che non si è d’accordo, perché quel modo di vivere non è umano. Bisogna dire ciò con un continuo amore alla loro libertà e noi dobbiamo fare di tutto perché la nostra proposta sia positiva, ma non possiamo pretenderlo. Non possiamo pretendere né che sia positiva né che sia negativa; possiamo solo servire la loro risposta positiva se Dio concede loro la grazia.

N.B. La trascrizione di questa conferenza non è stata rivista dal relatore.