La strada che a casa riporta

Le poesie di “La strada che a casa riporta” di Antonella Buda appartengono ad un’esperienza di scrittura che conforta e riempie di speranza. Innanzitutto (anche se è l’aspetto meno importante) sull’idea stessa di poesia.

Esse infatti ci dicono che la poesia è un bene comune, diffuso e da condividere, in modo ben lontano, quindi, dallo stereotipo del poeta come intellettuale, come figura malinconica e un po’ maledetta, che scrive al riparo dagli altri. Qui è tutto il contrario: la parola serve ad avvicinare, ad invitare gli altri – famigliari, amici, fino alle presenze apparentemente più casuali – alla condivisione della ricerca di un significato che sfondi la piattezza e il nulla che quotidianamente tentano di abbatterci. Sono poesie di fede e di stupore; in questo modo definirei sinteticamente le due sezioni in cui la raccolta è divisa.

Nella prima parte c’è il racconto di un incontro ben preciso con la presenza cristiana nel mondo. È un racconto per nulla spiritualistico o sentimentale, lo dimostra il fatto che l’espressione di come la fede è sbocciata per Antonella passa attraverso momenti e persone precise (si veda ad esempio la poesia “Centro estivo”) dimostrando ancora una volta che la poesia può essere ben concreta e circostanziata e tutt’altro che astratta ed intellettuale.

La seconda parte può essere definita “di stupore” perché vi viene ben messo in azione lo sguardo e ne risulta una ricchezza di immagini di bellissima lettura. Qui la protagonista è soprattutto la natura (ma anche i luoghi degli uomini, la voce, la fatica del lavoro) e tutti quegli eventi che solo un occhio autenticamente umano può scorgere. D’altronde da sempre un tramonto può dire moltissimo o non dire niente, a seconda della tensione a vivere di chi lo guarda.

Queste poesie vengono da una persona che non ha affatto spento la luce sul suo desiderio di vivere, di capire e comprendere ciò che unisce sé agli altri e al mondo e di cogliere quel punto di fuga che, oltre l’apparenza esiste sempre in ogni cosa che incontriamo.

Gianfranco Lauretano